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Nadia Spallitta

Ultimo aggiornamento

La voce di New York | Palermo e la sua storia: negozi artigianali storici distrutti dai centri commerciali

la voce di new york 28 maggio 2015

Oggi ci si interroga sul perché tanti negozi che hanno fatto la storia di Palermo hanno chiuso i battenti. La risposta è semplice: lo strapotere dei Centri commerciali che hanno goduto di “alte” protezioni al Comune, tra varianti edilizie e grandi parcheggi che hanno finito di “inghiottire” il poco verde della città.

Fino agli anni ‘80 del secolo passato si erano mantenute attive buona parte delle attività commerciali di Palermo, alcune delle quali fiorite nel secolo precedente. E’ impossibile elencarle tutte, anche se a titolo esemplificativo si possono ricordare tra i più antichi negozi di abbigliamento: Agnello (1919),  Pustorino (fine ‘800), Gulì (1882), Barbisio (1882), Bellanca e Amalfi (1932), Battaglia (1938), Giglio (primi ‘900), D’Antona (1930), Luisa Spagnoli (1927), Miraglia (1936), Alabiso (1950), Dell’Oglio (1890), Savona (1810), Romano (1930), Hugony (1815). Nell’antiquariato ricordiamo Athena (1926), mobili (Barraja); nell’arte sacra (Pantaleone primi ‘900); tra le profumerie (Russo 1899) e Hugony; calzature (Grillo 1944, Spatafora 1796) ); cartolerie (De Magistris, Bellotti  fine ‘800); librerie (Dante  fine ‘800, Flaccovio 1938); giocattolerie (Studer 1800); gioiellerie (Barraja (1700), Di Cristofalo (1927), Fecarotta (1830), Fiorentino (primi ‘900), Giglio (1919), Longo (primi ‘900); ombrellifici Bolazzi (1902); ferramenta (D’Arpa 1900); fotografia (Interguglielmi 1907, Scafidi 1924,  Cappellani 1925, Incorpora 1877); generi alimentari (Morello 1902, Tutone 1813, Barbera 1894, Stagnitta 1922, Mangia);  gelaterie (Ilardo 1860, Lucchese 1937); farmacie (Salem 1899, Riccobono 1875, Caronna 1901); pasticcerie (Alba, Antico chiosco, Birreria Italia, Caflich, Mazzara, Cappello, Santoro,  primi ‘900); taverne (ad es. Taverna azzurra alla Vucciria) e tanti altri.

Di questi negozi storici, pochi ancora ne resistono. Indubbiamente il primo colpo all’economia locale ed alla libertà imprenditoriale è stato inferto dal sistema mafioso del racket delle estorsioni, il pagamento di tangenti, il “pizzo”, spesso accompagnato dall’usura, una piaga che si è sviluppata nell’immediato dopoguerra, in concomitanza con il rientro in patria dei tanti mafiosi che il regime fascista aveva confinato fuori dall’Isola.

Si tratta di un fenomeno di gravità inaudita, che attacca i gangli vitali dell’economia, che ha minato gradualmente le attività economiche e scoraggiato gli investimenti, l’imprenditoria sana e quella giovanile, alimentato, del resto, dal sentimento di diffidenza e solitudine e dal sentire comune di sfiducia e dall’assenza  delle istituzioni.

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