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Nadia Spallitta

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Il verde cede il passo agli uffici regionali Sì della Giunta e affari in vista

Ancora nei documenti ufficiali non si parla di soldi. Ma dietro questa speculazione che proprio la scorsa settimana ha ricevuto il “sì” della giunta regionale presieduta da Raffaele Lombardo si profila un’operazione a nove zeri: decine, forse centinaia di milioni di euro. Di scena il centro direzionale dove dovrebbero trovare posto tutti gli uffici della Regione siciliana. Un edificio che dovrebbe ospitare gli oltre 5 mila dipendenti che operano a Palermo.
Una nuova, impressionante colata di cemento che rischia di cancellare fondo Luparello, uno degli ultimi ‘polmoni verdi’ della città dislocato alle pendici di Baida.
L’area in questione è quella dove oggi opera l’Istituto zootecnico. Una zona di Palermo che, Piano regolatore generale alla mano, non prevede nuovi insediamenti edilizi. Di questa storia dai contorni ancora poco chiari, che, come già accennato, è stata ufficializzata qualche giorno fa con tanto di delibera dal governo dell’Isola, si parla già da tempo. Tant’è vero che ambientalisti e associazioni per la tutela dei beni paesaggistici sono già sul piede di guerra. Ovviamente per sbarrare la strada a un’iniziativa che viene giudicata dannosa per il futuro della città.
Al di là degli aspetti amministrativi e ai rilievi di natura ambientale, va detto che non è certo la prima volta che la Regione prova a realizzare un centro direzionale o, comunque, qualcosa che gli somiglia. Una storia che non ha portato molta fortuna a chi si è misurato con questa proposta. Con riferimento sia ai politici, si agli imprenditori.
La memoria ritorna ai primi anni ’80 del secolo scorso, quando l’amministrazione regionale dell’epoca bandisce una gara per la realizzazione del palazzo dei congressi. In quell’occasione, l’area prescelta si trova ad Uditore, a due passi dalla circonvallazione della città. Un’opzione tutto sommato razionale, se è vero che il mega edificio – con annessi uffici regionali – avrebbe trovato posto a pochi chilometri di distanza dai due svincoli autostradali (il riferimento è all’autostrada Palermo-Trapani-Mazara del Vallo e alla Palermo-Catania-Messina).
Quella del palazzo dei congressi di Palermo è stata una delle storie ‘appaltizie’ più tormentate di una città – Palermo – che pure tra mafia & cemento di appalti pubblici contestati ne ha visti tanti. La gara per la realizzazione dell’opera venne vinta dal gruppo che faceva capo al Cavaliere del Lavoro, Carmelo Costanzo, di Catania. Un esito subito contestato dai comunisti, che a Sala d’Ercole scatenarono una bagarre.
Alcuni dirigenti del Pci dell’epoca dissero peste e corna dell’operato della commissione che aveva aggiudicato la gara. L’opera, secondo i comunisti, avrebbe dovuto essere assegnata al gruppo Tosi. La magistratura, pronto accomodo, arrestò un direttore regionale e mise sotto inchiesta un sacco di persone. Per i primi sei mesi veniva dato assiomaticamente per scontato che la gara d’appalto era stata gestita con modalità truffaldine.
Ma, prima o poi, la verità viene a galla. Anche se lentamente, in accordo con i tempi della giustizia, che nel nostro Paese sono piuttosto lunghi. Così, alcuni anni dopo, si scoprì che la commissione che aveva aggiudicato la gara non aveva commesso alcuna irregolarità. In una parola, non c’erano stati reati. Almeno da parte di chi aveva bandito e gestito la gara d’appalto.
La verità delle cose fece emergere pure alcuni retroscena. E cioè che l’appalto per il palazzo dei congressi era un tassello di una grande spartizione consociativa di appalti gestita, come nella migliore tradizione siciliana, dalle forze politiche di maggioranza e di opposizione. In ballo c’erano quattro opere, tutte targate Palermo: gli eterni lavori per il restauro del teatro Massimo, la nuova aerostazione di Punta Raisi, la sopraelevata della circonvallazione e, appunto, il nuovo palazzo dei congressi.
Il manuale ‘Cencelli’ degli appalti made in Sicily di quegli anni prevedeva che quest’ultimo ‘boccone’ venisse assegnato a un gruppo imprenditoriale di area comunista. Invece, complice la commissione di esperti chiamata ad esaminare i progetti che era risultata ‘non addomesticabile’, la gara era stata aggiudicata al gruppo Costanzo. Così i comunisti siciliani, da grandi inquisitori, finirono sul banco degli imputati. Cose che capitano.
In fondo, la cagnara scatenata dal Pci siciliano di quegli anni era ‘consociativamente’ giusta, perché l’appalto per la realizzazione del palazzo dei congressi era, come già ricordato, un ‘boccone’ riservato a loro. Invece un ingegnere e un paio di architetti dell’epoca che non conoscevano il ‘latino’ del potere siciliano di quegli anni avevano incasinato tutto, mandando a carte quarant’otto i ‘giochi appaltizi’ della politica dell’epoca.
E qui torniamo alla sfiga. Il polverone sollevato dalle polemiche mandò in fumo il palazzo dei congressi. Mentre il gruppo Costanzo, alla fine degli anni ’80, venne ‘inghiottito’ dalle inchieste giudiziarie. Anche i politici che patrocinavano l’operazione scomparvero, ad uno ad uno, dalla scena politica siciliana.
Non solo. La ‘maledizione’ del palazzo dei congressi mancato si propagò, come una sorta di induzione elettrostatica negativa, sugli altri tre appalti. I lavori per il restauro del teatro Massimo culmineranno in una lunga inchiesta giudiziaria che coinvolgerà politici, imprenditori e professionisti (per la cronaca, il teatro lirico di Palermo verrà riaperto solo nel 1997).
La sopraelevata della circonvallazione – che, per l’appunto, avrebbe dovuto collegare con una strada sopraelevata via Perpignano con via Ernesto Basile – andrà a farsi benedire. E di lì a pochi anni uscirà di scena anche l’impresa che aveva vinto l’appalto: e cioè il gruppo che faceva capo al conte Arturo Cassina (i Cassina, che per decenni avevano gestito gli appalti per la manutenzione di strade e fogne della città, nel dicembre del 1985 verranno messi alla porta, senza tanti complimenti, dalla giunta comunale presieduta allora da Leoluca Orlando).
Non andrà meglio alle imprese che si erano aggiudicati l’appalto per la nuova aerostazione di Punta Raisi. I lavori si trascineranno per oltre un decennio tra perizie e cavilli vari. L’opera verrà completata in fretta e furia (e quindi male) nella prima metà degli anni ’90, forse per la paura che l’allora procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, Giancarlo Caselli (un magistrato che non andava molto per il sottile, soprattutto con i ladri e i mafiosi) gettasse gli occhi su una vicenda di sperperi di denaro pubblico e di disservizi per i cittadini.
Quattro grandi appalti, insomma, tutti finiti male. Negli anni successivi la Regione ha provato a riesumare il progetto per il palazzo dei congressi e per il centro direzionale. Mantenendo il luogo nel quartiere di Uditore, nella zona della città dove il boss Totò Riina teneva il suo covo. Ma non se n’è mai fatto nulla.
Oggi ci riprova il governo Lombardo. E lo fa cambiando zona della città. Ipotizzando, come già ricordato, una colata di cemento in un’area dove non mancano i reperti archeologici e i vincoli paesaggistici. Da qui le polemiche. Il Fai, Italia Nostra, il Forum delle associazioni degli amici dei musei, Salvare Palermo, Wwf, Legambiente sono già pronte alla battaglia contro questo progetto.
Anche a Sala delle Lapidi, la sede del consiglio comunale di Palermo, il clima è già rovente. A riscaldarlo, però, non è il Pd, che non ha mosso un dito quando, alcuni mesi addietro, la giunta comunale di Diego Cammarata ha dato il ‘placet’ per l’avvio del progetto Quaroni (un centro commerciale più uffici vari in via Maqueda, nel cuore del centro storico della città, per la ‘regia’ della Curia arcivescovile di Palermo, progetto che per trent’anni è stato osteggiato e bloccato dalla sinistra della città, Pci e Psi i insieme) e, a maggior ragione, non dice niente oggi, se è vero che è lo stesso partito di Bersani a sponsorizzare la giunta Lombardo.
A dare fuoco alle polveri è invece Nadia Spallitta (Sel di Niki Vendola), consigliere comunale e presidente della commissione Urbanistica di Sala delle Lapidi. Che spiega: “Questo centro direzione è previsto dal piano strategico del Comune, che è stato presentato alla Regione senza passare per il consiglio comunale. Si tratta di una grave irregolarità procedurale che noi contestiamo”.
Nadia Spallitta va più in là, e spiega che si tratta di un’operazione che, in piccolo, è già stata sperimentata dall’attuale giunta comunale. Per poter realizzare il centro direzionale serve una variante al Piano regolatore della città. “Ormai, a Palermo – dice la battagliera presidente della commissione Urbanistica – prima trovano i soldi e poi si presentano in consiglio comunale per chiedere la variante urbanistica. L’hanno già fatto per un centro sportivo a Bonagia. Prima hanno reperito il finanziamento e poi si sono presentati in consiglio comunale dicendo: adesso non potete bloccare lo sviluppo…”.
Quella di Bonagia, alla fine, era un’opera da 2 milioni e mezzo di euro. Per il centro direzionale l’operazione ‘viaggia’ su decine e decine di milioni di euro. Basti pensare che, una volta realizzato il centro per gli uffici della Regione, bisognerebbe mettere mano ai raccordi con gli svincoli per le autostrade Palermo-Trapani-Mazara del Vallo e Palermo-Catania-Messina. Da dove passerebbero queste due nuove arterie? Si tratterebbe di una nuova, mostruosa ondata di asfalto. Un impatto ambientale tremendo per i palermitani che vedrebbero altre due enormi strade passare sulle proprie teste. Con costi stratosferici (i collegamenti con le due autostrade costerebbero molto di più dello stesso centro direzionale).
“Abbiamo già capto il gioco – insiste Nadia Spallitta -: questi signori hanno già pronte le risorse finanziarie, che non sappiamo se europee o nazionali. E vogliono mettere il consiglio comunale davanti al fatto compiuto. Ma noi ci opporremo con tutte le nostre forze. Intanto stiamo notificando agli uffici della Regione – dipartimento Programmazione e dipartimento Urbanistica – che il piano strategico presentato dal Comune di Palermo non è valido perché manca il pronunciamento del consiglio comunale. Poi chiameremo a raccolta i palermitani che non vogliono che la loro città venga ancora una volta deturpata da incredibili colate di cemento e asfalto”.
Nadia Spallitta ha pronta una mozione già firmata da ambientalisti e esponenti di varie associazioni che si battono per la tutela del paesaggio. Obiettivo: trasformare fondo Luparello in un parco storico. Con vincolo paesaggistico. Escludendo, ovviamente, la possibilità di edificare.
 
La battaglia contro i nuovi ‘palazzinari’ in giacca e cravatta è solo all’inizio.



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