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Nadia Spallitta

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Donatella La Monaca

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Donatella La Monaca – ricercatrice di Letteratura italiana contemporanea 

Storie d’aria, di terra, d’acqua e di fuoco

“Trarre ispirazione dai quattro elementi e scriverci sopra un racconto”: così, nasce, come ricorda Eleonora Chiavetta nelle partecipi pagine introduttive, “l’avventura letteraria” di Storie d’aria, di terra, d’acqua e di fuoco (a cura di E. Chiavetta e S. Fernandez, Rubbettino 2007). Si intessono, infatti, sulla trama ideativa ispirata ai tasselli del mosaico cosmologico, le narrazioni di scrittrici ‘diverse’ per nazionalità, lingua, radici etniche, percorsi formativi, scelte professionali, eppure accordate in una polifonia di voci inventive di singolare coesione.
Sorprendenti affinità, significative dissonanze, analoghe inquietudini scandiscono il dialogo fecondo tra racconti che, pur nella scelta di una cifra tematica ed espressiva peculiare ed autonoma, si configurano come ‘occasioni’ di scavo interiore e al tempo stesso di interrogazione della realtà contemporanea. Scorre, infatti all’interno delle esperienze narrative qui confluite da Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Siria, Israele, Iraq, Marocco una comune rimeditazione del vissuto, familiare, sociale, epocale che trova nei quattro elementi, il nucleo ideativo da cui germinano le diverse forme di travestimento inventivo. Accade così che aria, acqua, terra e fuoco diventino di volta in volta metafora di una condizione esistenziale, emblema di un dramma intimo, chiave simbolica di interpretazione della vita sempre però alimentandosi del ripensamento di sé o della tensione a rappresentare la complessità delle relazioni umane. Proprio sulla base di questa partitura condivisa, tanto più significativa quanto non studiata ad arte, le quattro sezioni del volume si avvicendano legate da assonanze sia interne che esterne.
 
Le storie d’aria, ad esempio, che inaugurano questo ideale ‘viaggio’ nel cosmo con i versi dell’Etoile di Francesca Traina, si modulano ciascuna con una cadenza personale, a declinare il binomio, tra leggerezza e gravità, libertà e oppressione. Non a caso, in un sapiente gioco circolare, la sezione si apre con la ricerca irrequieta di libertà rispetto alle ‘gabbie’ del vivere sociale e si chiude con la ricerca di spazi naturali non ancora contaminati dall’asfissiante abuso edilizio. La “mancanza d’aria”, titolo del racconto iniziale di Beatrice Agnello allude infatti agli affanni dell’irrequietezza giovanile, all’insofferenza nei confronti di contesti familiari, sociali, politici sentiti, in un ’68 infuocato dalle proteste studentesche,come costrittivi, asfissianti. La ricerca smaniosa di ossigeno, persino dalle strettoie dei fanatismi adolescenziali, scorta la protagonista nel suo tormentato percorso di formazione politica che è anche un’educazione sentimentale. Appena un soffio, recita invece, quasi in una voluta climax, il titolo scelto da Silvana Fernandez per una storia che corre  anch’essa sul filo rosso della claustrofobica reclusione, questa volta in una relazione coniugale deteriorata sino ai limiti della follia e schiacciata sotto le macerie di un crollo. Proprio mentre giace sotto le rovine della casa che ha ospitato la parabola tragica del suo destino matrimoniale, la protagonista ne rievoca i momenti cruciali, in un impianto narrativo che dà corpo sulla pagina alle movenze affannose del soffocamento. Ancora l’aria, come viatico elettivo di riscatto dalle brutture del vivere, soffia nei racconti di Margherita Giacobino L’aria dl’uss e Gioia Timpanelli Saltando vicino ad Odessa. Attraverso la prospettiva infantile le due scrittrici guardano ai drammi epocali dell’emigrazione, della guerra. Entrambe le piccole protagoniste delle due storie, Ninin e Bashe, affidano simbolicamente all’ “aria” una funzione salvifica: l’una colma con la volatilità dell’immaginazione gli anni che la separano dal ricongiungimento con la madre, l’altra si sottrae prodigiosamente allo sterminio perpetrato ai danni del suo villaggio, librandosi in alto con il gioco della corda. Spicca nelle due narrazioni l’abilità delle autrici nel ricreare, anche attraverso le coloriture espressive del dialetto, un ritratto d’ambiente, nello schiudere una finestra privata sulla grande storia. Così accade anche in Armut di Judy Light Ayyildiz in cui “il rombo continuo di Istanbul”, “i tappeti muscosi della Moschea Blu” fanno da scenario al tema della delicata coesistenza di culture diverse, anch’esso declinato all’interno di una vicenda privata. Qui l’aria avvolge, quasi un ombra benefica, lo spirito di Adalet, figura chiave del racconto, predisponendo il lettore all’incontro ben più inquieto con le Ombre scalze dell’apologo che segue, immerso dalla siriana Susan Khawatmi,  in una umbratile atmosfera onirica. In un crescendo variegato di esemplarità tutte le narrazioni ‘aeree’ si modulano sulla vocazione dell’etere all’incoercibilità, alla plasmabilità, alla irriducibilità in briglie costrittive: il pregiudizio razziale, l’ideologia politica, l’esclusivismo morboso, il fanatismo religioso. Non è un caso che nell’ultimo racconto della sezione, La luce dell’alba di Sara Zanghì, tale tensione alla ‘elevazione’ esiti nella forma forse più ambiziosa di libertà, l’iniziazione alla scrittura: “Bisogna osare, si disse, portare l’intelligenza su un punto di vista alto per accorgersi del piano inclinato su cui stanno certe barriere che a livello zero ci sembrano irremovibili. Giunta a casa, sedette al tavolo e cominciò a scrivere”.(p.72)
In linea con la raffinata scelta di impianto che scandisce le quattro partizioni del volume, anche le storie di terra si aprono sui versi di Giovinezza di Judy Light Ayyildiz , instaurando una sorta di continuità ossimorica con la sezione precedente. La levità dell’aria lascia, infatti, il passo alla concretezza della terrestrità, anch’essa però solcata in una pluralità di accezioni: dalla materialità intesa come sudditanza alle leggi utilitaristiche del denaro cui l’araba Wajiha Al Huwayder dà voce nel primo degli otto racconti, Una manciata di terra, alla materialità ambita come ancoraggio ad una terra ‘madre’. A Piter non servono le stelle recita, infatti, il titolo dell’ultima narrazione di Laura Salmon, quanto un luogo fisico cui appartenere. Ma dalla terra d’origine ci si può anche voler allontanare anche se il luogo fisico cui si appartiene è un Giardino dai diciassette tipi di rose che, nel racconto di Mine Sevgi Ozdamar, custodisce in una sorta di prigione dorata il  “sogno di un’altra terra”. E il “giardino”, esemplarmente eletto dai celeberrimi Ricordi d’Infanzia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ad espressione dei tratti più creativi dell’età adolescenziale, riveste nelle storie di Anna Cottone ed Edvige Giunta una centralità legata proprio alla fanciullezza e alla memoria. Nei Giardini d’infanzia, evocati con vividezza descrittiva dall’autrice palermitana, un drappello di bambini vive la sua ‘avventurosa’ formazione attraverso la scoperta di giochi ideati e vissuti in un contatto corporeo con la natura, con la terra, qui espressione di un rapporto ancora vero, autentico con la vita. Un legame, che con l’ingresso nella età adulta, si sfalda e gli odori, i sapori, le sensazioni di cui entrambe le narrazioni trasudano, confluiscono  nella Giara della memoria di Edvige Giunta, patrimonio di un passato che non può più ritornare. Verso un viaggio senza ritorno muovono le due figure materne di  Polvere alla polvere di Judith Chernaik e del Fardello della terra di Karen King Aribisala: l’una scortata dall’incedere meditativo del ripercorrimento diaristico, l’altra travolta dal ritmo incalzante di una litania funebre ossessivamente segnata dall’immagine del “peso” della terra, “fredda” e “rigida” sepoltura.
L’empito del “torrente che canta tutta la notte” dei versi di Mimi Khalvati Soapstone Creek e i “campi di tabacco che ondeggiano nel vento e il mare in lontananza” della prosa poetica, Acqua di Erendiz Atasu, aprono, invece, all’insegna del perpetuo moto vitale, le storie d’acqua. Ed è sul filo rosso del movimento che l’intera sezione si modula: memoriale, quasi arcaico nella Bambina del Nilo di Susan Bashier; tumultuoso come l’onda marina che travolge in una simbiosi mortale nell’Amante dell’acqua salata di Asma Gherib; intimo, meditativo, liberatorio come il bagno rituale, nel Mikvè di Esti Lidar; dirompente come “lo scroscio d’acqua” che giunge in piena a “divellere finestre e persiane” nella Casa di Vanna Loiudice; vivificante e benefico come Il fiume dell’amore che “gorgoglia dal grembo” martoriato dell’Iraq di Haneen Omar; eterno e ciclico come la Marea che nell’ultimo racconto di Francesca Traina, complice l’andamento ondivago della scrittura, accoglie, disperde, e al tempo stesso perpetua i destini umani. Su un’analoga cifra metamorfica s’intonano i versi di Asma Gherib, K.H.YA.’A.S.,  le lettere sacre che introducono al rito di purificazione della sura e che inaugurano l’ultima partizione del volume su un’immagine palingenetica del fuoco, ripresa poi con vigoria di pensiero e di espressione nel racconto di Marinella Fiume, Il signore del fuoco, dedicato allo scomparso esploratore dei cieli Angelo D’Arrigo: “il fuoco si trasforma nell’acqua, ma questa stessa dissoluzione del fuoco equivale alla nascita, e tutto tornerà all’originaria esplosione. Comune è infatti il principio.” Quest’idea della potenza ignea cui si riconducono inizio e  fine delle sorti umane ispira, pur diversamente, anche le altre storie:  brucia infatti tra le spire di un rogo distruttivo Il villino di Laura Auteri, emblema intorno al quale si addensano vicissitudini generazionali, relazioni familiari, destini di solitudine di cui, con un protagonismo inanimato che si nutre delle migliori pagine della tradizione letteraria europea, la “grande casa” somatizza ogni ferita.  Proprio attraverso il minuto pedinamento descrittivo di ciascuna di tali ‘lacerazioni’, crepe, scricchiolii, infiltrazioni d’insetti, così come esse si ingigantiscono nella mente adulterata dell’ultimo erede, l’autrice narra anche lo sviluppo di un malessere interiore.  
La “fiamma di Israele”, la “luce che illumina le genti” arde, invece, al cuore del racconto di Eleonora Chiavetta La Candelora, intensa riscrittura inventiva dell’episodio evangelico della presentazione di Gesù al Tempio, rivissuto attraverso la sensibilità ‘eletta’ della profetessa Anna. “Non ansiosa, né turbata, ma trepidante” attende, insieme al vecchio Simeone, il compiersi del prodigio. Ed è infatti in un clima narrativo gravido di sospensione che matura l’evento epifanico, in un crescendo siglato proprio dall’intensificarsi delle metafore di luce e calore: “il drappo cremisi dell’altare”, il volto di Simeone “bruciante, come se mille fiaccole lo accendessero” e le “vesti rosse della profetessa e di Maria” che si imporporano intorno al “piccolo fagotto”. Un’altra “Fiamma inestinguibile”, questa volta però accesa da una sensualità tutta terrena alimenta il monologo di Delia Vaccarello, Pace viva, con cui questo volume si conclude. Una ‘confessione’ amorosa ossimorica come il titolo che la ispira: bruciante, “viva” per la passione che svela e al tempo stesso asciutta nelle movenze con cui si snoda, ‘appagata’ come la ‘pace’ che può donare un sentimento ricambiato.
In modo allusivo o al contrario esibito, talvolta provocatorio, ciascuna delle storie, così trasversalmente attraversate, dall’angolo visuale da cui sceglie di narrare la realtà, si offre anche come un autoritratto, svela un’identità, dilata le zone d’ombra dell’ ‘io’. Risuona allora forte l’eco delle parole di Elsa Morante quando scrive, in una forma implicita di autoesegesi, che “per quanto creda di inventare, ogni narratore, pure nella massima oggettività, non fa che scrivere sempre la sua autobiografia. Anzi, non sono le cronache esterne della sua vita, ma proprio le sue invenzioni che spiegano il tema reale del suo destino. Lo spiegano, magari, a sua insaputa: e con suo stupore, o negazione, o scandalo”.
Donatella La Monaca, è ricercatrice di Letteratura italiana contemporanea presso il Dipartimento di Letterature e Culture Europeee della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo. Ha pubblicato articoli e saggi su scrittori dell’Ottocento e del Novecento. E’ autrice dei lavori in volume: Il marchese e la maestrina. Luigi Capuana e altri studi, Sciascia editore, Caltanissetta-Roma 2003; L’ “archivio della memoria”. La scrittura autobiografica di Giuseppe Tomasi di Lampedusa Sciascia editore, Caltanissetta-Roma 2004; Poetica e scrittura diaristica. Italo Svevo, Elsa Morante Sciascia editore, Caltanissetta- Roma 2005; Scrittrici siciliane del Novecento, Flaccovio, Palermo 2008. 

 




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